Dividendi, non fermarsi agli annunci

Tempo di dividendi. Nel periodo primaverile entra nel vivo la stagione dei dividendi con le società quotate che via via annunciano le politiche distributive dei proventi relative all’anno precedente. E dopo le proposte di stacco deliberate dai cda, arrivano le approvazioni delle assemblee degli azionisti.

Piazza Affari, tra l’altro, è il mercato che meglio si presta a veder valorizzata la politica dei dividendi. In media il listino milanese ha un rendimento del dividendo (il cosiddetto dividend yield) del 3%. È una media, ovvio, che vede titoli che riescono a offrire dividend yield del 12% e aziende che non distribuiscono niente.

Ma attenzione. Investire su una società, solo perché distribuisce alti proventi, può rivelarsi pericoloso. Bisogna ponderare l’investimento contemplando anche altri fattori, quali la valutazione del prezzo di mercato, le prospettive di crescita della società, l’origine dei flussi di cassa distribuiti e così via. Non sempre, in primis, alti dividendi si accompagnano a buone performance borsistiche. Ad esempio, quasi tutte le banche che hanno annunciato lo stacco relativo al 2015, hanno subito pesanti perdite in Borsa nel corso degli ultimi mesi (vedi tabella a lato). Una sorta di premio di consolazione per gli azionisti.

Considerati gli attuali ratio patrimoniali la distribuzione di dividendi delle banche appare non particolarmente prudente. Se le vendite di Npl realizzate hanno dato un po’ di respiro, le svalutazioni prospettiche potrebbero essere elevate e richiedere aumenti di capitale. Un’eccezione potrebbe essere Intesa Sanpaolo. Agli azionisti con una mano vengono elargiti dividendi e con l’altra vengono richiesti nuove somme da investire nella banca.

È necessario poi prestare attenzione all’origine delle risorse utilizzate per pagare i dividendi. Chi investe non dovrebbe basarsi sul dividendo prossimo alla distribuzione, scontato già da prezzo di borsa, ma su quelli futuri e prospettici. Quindi quelli correnti dovrebbero servire come una proiezione di quelli futuri e non devono però essere distorti da poste straordinarie e taroccamenti. Se i proventi arrivano da risultati gestionali non straordinari e coerenti con quanto registrato in passato può essere una strategia di investimento interessante. Altrimenti si rischia di comprare un’azione a prezzo pieno e incassare un dividendo ridotto del 26% dalle tasse.

C’è anche chi distribuisce dividendi pur chiudendo il bilancio in perdita. È il caso di Eni, che in concomitanza con la discesa rilevante dei risultati economici, ha deciso di corrispondere dividendi pur in presenza di una generazione di cassa nel 2015 positiva ma non sufficiente a giustificare il cospicuo monte dividendi. Essendo il 30% di Eni in mano pubblica, i dividendi contribuiscono ad aiutare i conti statali. Hanno chiuso lo scorso anno in perdita, ma hanno deciso di staccare proventi anche Immsi, Alerion, Fila e Telecom Italia, quest’ultima solo agli azionisti di risparmio.

 

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Marcello Rubiu

Marcello Rubiu

Sono laureato in Scienze Statistiche e in Economia e Commercio alla Università Cattolica di Milano. Dopo un esperienza nel comparto industriale mi occupo di investimenti dal 1999 e sono socio fondatore di Norisk.