Max drawdown: come ridurre i rischi nei saliscendi

Il brusco avvio d’anno sui mercati azionari globali ha lasciato più di un segno sull’umore dei risparmiatori. Continua ad aleggiare la paura che uno scivolone simile possa ripetersi sull’azionario oppure che un rialzo anche minimo dei tassi, in un contesto di rendimenti a zero, possa portare pesanti perdite in conto capitale sull’obbligazionario. Mai come ora i risparmiatori vogliono ridurre al minimo i rischi. Nella scelta di un prodotto di risparmio gestito, a partire dai fondi, è sempre più importante controllare una variabile con un nome solo apparentemente complesso: il max drawdown.

In sintesi si tratta della flessione dal picco massimo al punto di minimo toccata dallo strumento finanziario nel periodo considerato. Ad esempio, se in tre anni il max drawdown è del 10% significa che dal picco massimo al minimo del periodo considerato, il fondo ha perso quella cifra. Nell’analisi in oggetto abbiamo analizzato i fondi con il max drawdown più basso in alcuni focus di investimento, confrontandoli con ETF che hanno strategie comparabili.

Il max drawdown dà il polso della reattività del fondo a gestire i periodi di crisi. Chi sa gestire le fasi discendenti in modo attivo, limitando i danni, parte con un vantaggio competitivo non indifferente quando poi i mercati si riprendono». Nell’analisi emerge che in tutti i segmenti analizzati i fondi migliori hanno frequentemente un max drawdown più basso rispetto all’ETF preso come riferimento. Questo principio viene meno nel comparto absolute return obbligazionario dove l’ETF ha una perdita potenziale tra i massimi e i minimi, nell’ultimo triennio, inferiore ai fondi mentre tra i flessibili internazionali solo un fondo riesce a far meglio. Gli absolute return obbligazionari non dichiarano di solito benchmark e hanno un ampio mandato di gestione, ma un confronto è inevitabile.

C’è molto su cui riflettere. Se compro un fondo sostengo solitamente costi molto più alti di un ETF e mi aspetto performance migliori e un maggiore contenimento del rischio. Se questo non avviene è normale che la preferenza vada senza ombra di dubbio sui “cloni” passivi. I fondi infatti devono, a parità di rischio, aver fatto meglio del benchmark paragonabile. Bisogna inoltre considerare l’onerosità dei fondi (commissioni, etc.), come indicatore prospettico delle difficoltà che il fondo incontrerà, in futuro, nel far meglio dell’ETF. Un costo maggiore, infatti, rende più difficile il mantenimento delle performance nel futuro.

 

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Marcello Rubiu

Marcello Rubiu

Sono laureato in Scienze Statistiche e in Economia e Commercio alla Università Cattolica di Milano. Dopo un esperienza nel comparto industriale mi occupo di investimenti dal 1999 e sono socio fondatore di Norisk.