Tempi duri per le gestioni risk parity

Con i mercati finanziari sempre più imprevedibili e fortemente condizionati dal massiccio intervento delle banche centrali, gestire il rischio su azioni, bond e commodity diventa prioritario ma anche sempre più difficile. Una strategia in prima linea su questo fronte è la cosiddetta “risk parity”, che mira a distribuire i rischi in maniera paritetica tra le diverse asset class. Per Plus24, settimanale de il Sole24Ore, abbiamo approfondito questa tematica, valutando i risultati ottenuti negli ultimi tre anni.

Il nome risk parity non deve spaventare. Questo approccio, in sostanza, mette da parte i rendimenti attesi e si concentra solo sul rischio. Solitamente, asset meno rischiosi, come ad esempio le obbligazioni, avranno in portafoglio un peso percentuale maggiore, mentre le azioni peseranno meno, in modo che entrambe le asset class forniscano la medesima quantità di rischio. Invece che effettuare l’asset allocation utilizzando il valore di mercato degli asset, con questa strategia si va a distribuire il peso utilizzando il rischio di mercato misurato in modi diversi.

Dal punto di vista teorico l’approccio è molto interessante però se guardiamo le performance anche a tre anni i risultati, tranne qualche eccezione, non sono soddisfacenti. Una spiegazione può essere attribuita al fatto che questi strumenti sono nati circa 20 anni fa negli Usa con un target prevalentemente legato a istituzionali e fondi pensione e un orizzonte temporale di lungo.

Questi fondi sono saliti alla ribalta ad agosto, durante il crollo dei mercati, e sono finiti sul banco degli imputati come strumenti che avrebbero amplificato i ribassi. Più aumentavano le perdite e più aumentava la volatilità ad agosto e maggiormente venivano mollati gli asset più rischiosi, visto che l’approccio del risk parity è di dare più spazio ad asset meno rischiosi.

L’analisi realizzata sui fondi risk parity negli ultimi 3 anni non è particolarmente soddisfacente anche se, come sostengono i fautori della strategia, il risk parity va analizzato in un’ottica di lungo termine.

 

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Marcello Rubiu

Marcello Rubiu

Sono laureato in Scienze Statistiche e in Economia e Commercio alla Università Cattolica di Milano. Dopo un esperienza nel comparto industriale mi occupo di investimenti dal 1999 e sono socio fondatore di Norisk.