Hera e i dubbi su come funziona il “suo” aumento di capitale

Hera e i dubbi su come funziona il “suo” aumento di capitale

Per la rubrica “La posta del risparmiatore”, abbiamo risposto ad un quesito di un lettore in merito al funzionamento dell’aumento di capitale, prendendo come esempio il caso di Hera. Il lettore desidera chiarimenti su cosa accade quando viene annunciato un aumento di capitale: il giorno che è stato possibile trattare i diritti per l’aumento di Hera (una azione a 1,25 euro ogni 17 azioni possedute) il titolo è sceso anche dell’8%. Egli osserva come questo succeda ogni volta che si fa una tale operazione. Quale ragionamento fanno gli arbitraggisti in simili circostanze?

Un aumento di capitale in genere non è mai una bella notizia poiché è l’ultima delle fonti di finanziamento a cui si fa ricorso: significa che la società ha bisogno di risorse finanziarie fresche e non può più emettere debito, che ha un costo inferiore all’equity. In questo senso è lecito attendersi una pressione sul prezzo del titolo alla partenza di un aumento di capitale, anche se l’entità e la direzione dipende dalle condizioni dell’aumento e dalla “qualità” del titolo.

Hera sta aumentando il capitale, sino al 19/11, per ridurre il peso relativo del debito. L’integrazione di AvegasAPS e di Energonut spa hanno fatto aumentare la posizione finanziaria netta di Hera. Oltre a rafforzare la struttura finanziaria il nuovo capitale servirà per altre operazioni strategiche, come il possibile acquisto di altre multiutility. Nel recente passato ci sono state banche italiane che hanno fatto aumenti di capitale molto diluitivi ed a forte sconto. Si sono visti aumenti di capitale importanti con un effetto diluitivo massimo del 66% (le nuove azioni sono il 66% del numero di azioni post aumento). In questo contesto è più che normale attendersi forti pressioni sul titolo ed un aumento della volatilità.

L’aumento di Hera è contenuto: la diluizione massima è del 5,5% ed avviene ad uno sconto del 21% sul valore teorico ex-diritto. La logica dell’arbitraggio è semplice: si vende l’attività sopravvalutata e si compra quella sottovalutata. Se il prezzo di acquisto dei diritti più il costo di sottoscrizione delle nuove azioni (tenuto conto dei rapporti di sottoscrizione) fosse inferiore al valore di mercato delle azioni, gli arbitraggisti vendono l’azione allo scoperto e sottoscrivono l’aumento, lucrando alla scadenza la differenza. Spesso tenendo conto del costo di finanziamento e di transazione queste operazioni perdono velocemente convenienza quando l’intervallo della differenza dei valori è molto stretto.

L’aumento della volatilità può inoltre complicare l’operatività. In ogni caso le opportunità di arbitraggio, se si reperiscono concretamente titoli da vendere allo scoperto, vengono prontamente messe in atto riallineando i valori. Nel caso di Hera non esistono opportunità di arbitraggio.

Leggi l’articolo completo.

Stefano Testori
stefano.testori@norisk.it

Senior investment analyst, laureato in Economia dei mercati ed intermediari finanziari presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. E’ specializzato nella valutazione di strumenti derivati e sul mercato globale degli ETF.